La Macroregione

Lecco, Febbraio 2024

LA MACROREGIONE: L’ORIZZONTE POLITICO DEL NORD

Nota di Roberto Castelli, Segretario Federale Partito Popolare del Nord

Nel 1984 venne fondata la Lega lombarda e Umberto Bossi iniziò un lungo cammino per riportare nella coscienza degli Italiani un concetto che era irrimediabilmente perduto o peggio, mai entrato nelle loro coscienze. Non si vuole qui ripercorrere la storia della Lega, che è molto di più quello che noi vogliamo ricordare in queste righe. In questo frangente, vogliamo soffermarci sulla questione della forma di Stato che Bossi riportò alla ribalta che è quella del federalismo e delle autonomie, un tema totalmente sconosciuto agli italiani, tant’è vero che il nostro inno nazionale ci fa cantare riferendosi all’Italia: “che schiava di Roma iddio la creò”.

Ebbene, lui ci fece prendere atto che non avremmo potuto vivere schiavi di nessuno. Da allora, attraverso un lungo cammino di oltre quarant’anni, abbiamo tentato di introdurre forme di Stato che riformassero il cieco e assoluto centralismo su cui l’Italia è fondata. Ricordo che, insieme con la Francia, siamo l’unico paese avanzato in cui resiste la forma napoleonica di Stato di cui i prefetti sono l’emblema simbolico eclatante: essi infatti ci ricordano sempre che lo Stato è superiore alle istituzioni locali. Non è il caso di ricordare tutti i tentativi che la Lega lombarda prima, e Lega Nord poi, misero in atto sia sul piano politico che sul piano istituzionale per cercare di cambiare la forma dello Stato. Interessante invece ricordare la riforma del 2001 ad opera delle Sinistre che è ancora vigente, e alla quale, in mancanza di altri strumenti, gli autonomisti federalisti si devono rivolgere per continuare la battaglia contro il centralismo.

Non è banale notare che in questi quarant’anni molte cose sono cambiate: il mondo stesso è cambiato e quindi l’azione di chi si riconosce in questi valori deve necessariamente cambiare e adeguarsi alle mutate condizioni storiche e socio-economiche. Due fenomeni epocali sono intervenuti e ci costringono a rivedere e a riconsiderare il nemico. Il trattato di Maastricht e, a partire dal 2001, l’avvento dell’euro, hanno creato un nuovo temibile centralismo. Noto che si usa dire che uno Stato si forma quando possiede un esercito, un territorio, una lingua e una moneta: perdendo la moneta abbiamo perso un’enorme fetta di sovranità a favore di un centralismo ancora più temibile e potente di quello di Roma.

Se infatti Roma può essere considerata in qualche modo vicina per tradizioni e soprattutto per la lingua, Bruxelles è molto più lontana sia in termini geografici che soprattutto culturali: ricordo che tutti gli osservatori fanno notare che le norme che regolamentano la nostra vita, le leggi per intenderci, sono originate per oltre il 60% da Bruxelles. Credo sia opportuno sottolineare quali siano le forme con cui queste leggi vengono generate. Esse si articolano sostanzialmente in: Direttive, Regolamenti e Decisioni. Le prime devono essere recepite prima di diventare leggi dai parlamenti nazionali che pertanto esercitano una qualche forma di controllo su questa fattispecie di atto legislativo. I Regolamenti e le Decisioni sono atti giuridici immediatamente vincolanti che gli Stati membri devono adottare senza alcuna possibilità di intervento o altra modifica. Se poi consideriamo la genesi di questi atti, possiamo capire che il centralismo di Bruxelles è molto più cogente, lontano e pericoloso di quello di Roma. Come avviene infatti la formazione di queste norme? Prima della riforma del Trattato di Lisbona, essa era sorprendente per quanto anti-antidemocratica fosse, e ritengo che possa essere andata avanti così tanto tempo solo perché non dico le popolazioni, ma anche la maggioranza degli addetti ai lavori ne ignoravano il meccanismo. L’Unione Europea è infatti articolata in tre grandi strutture: il Parlamento, il Consiglio e la Commissione.

Il Parlamento è eletto dai cittadini e fino al 2009 non aveva alcun potere, se non quello di eleggere i Componenti e il Presidente della Commissione, la cui struttura è costituita da una pletora di burocrati in cui gli italiani sono pochi e hanno poco potere: essi scrivono e promanano le norme di cui sopra, dopodiché i testi così formulati attraverso un processo totalmente opaco, vengono discussi in Consiglio, dove siedono i rappresentanti dei Governi. Infine, attraverso una faticosa attività di compromesso, si perviene al testo definitivo che, appunto, come dicevamo, diventa legge.

La procedura è talmente opaca, che tutto ciò avviene a porte chiuse e senza verbale che alcuno dall’esterno possa compulsare. Incredibile? Sì incredibile ma vero: chi scrive ha partecipato per 5 anni come Ministro della Giustizia e per altri tre come Vice Ministro delle Infrastrutture a queste procedure, dove 27 rappresentanti degli Stati membri decidevano ancora decidono per 450 milioni di cittadini.

Il Trattato di Lisbona ha introdotto alcuni elementi di democrazia in quel meccanismo verticistico per cui pochi decidevano per tutti, e il Parlamento europeo è entrato a far parte dei poteri decisionali che definiscono le norme europee, attraverso un meccanismo di confronto Parlamento-Consiglio-Commissione che viene definito col buffo nome di trilogo, un dialogo a tre insomma; quindi, per riassumere, negli anni in cui combattevamo il centralismo romano che si esplicava comunque attraverso leggi formulate da un Parlamento eletto dai cittadini, attraverso riunioni pubbliche con verbali compulsabili da chiunque, prendeva forma in Europa un potere detenuto da sconosciuti burocrati, eletti da nessuno, che scrivevano norme spesso lontane anni luce dalla realtà degli italiani, e le discutevano al chiuso di una stanza con un singolo rappresentante per ogni Governo. Un centralismo quindi ancora più feroce, potente, oscuro e inafferrabile contro il quale oggi occorre combattere. Oltre a ciò va considerato il potere enorme della BCE che ci controlla attraverso la moneta: e proprio in questi tempi subiamo la politica di alti tassi che danneggia fortemente le imprese e i cittadini italiani. Ma vi è di più: con l’avvento della globalizzazione e ancor più con l’esplosione del web, abbiamo assistito alla nascita di centri di potere mediatico ed economico e quindi anche politico enorme, ed è di questi giorni la notizia che una multinazionale del web americana ha raggiunto una patrimonializzazione di 2000 miliardi di dollari, quindi è più forte della stragrande maggioranza degli Stati del mondo. Questo centralismo che agisce su scala globale è ancora più lontano, potente e misterioso degli altri due che abbiamo fin qui evocato: oscuri gnomi si annidano in sconosciute stanze del potere e decidono per tutti noi.

Nel 2002 è stato pubblicato un libro di Michael Hart e Antonio Negri, “Impero” così si chiama, di cui vale la pena di leggere l’incipit: “l’Impero si sta materializzando proprio sotto i nostri occhi. Nel corso degli ultimi decenni con la fine dei regimi coloniali e ancora più rapidamente in seguito al crollo dell’Unione Sovietica e della barriera da essa opposta al mercato mondiale capitalistico, abbiamo assistito a un’irresistibile irreversibile globalizzazione degli scambi economici e culturali. Assieme al mercato mondiale e ai circuiti globali della produzione sono emersi un nuovo ordine globale, una nuova logica, una struttura di potere: in breve, una nuova forma di sovranità. Di fatto, l’Impero è il nuovo soggetto politico che regola gli scambi mondiali, il potere sovrano che governa il mondo. Molti sostengono che la globalizzazione della produzione di scambi capitalistici comportò una maggiore autonomia delle relazioni economiche… è indubbiamente vero che con l’avanzare della globalizzazione la sovranità degli Stati nazione benché ancora effettiva, ha subito un progressivo declino. I fattori primari della produzione e dello scambio, il denaro, la tecnologia, il lavoro e le merci, attraversano con crescente facilità i confini nazionali, lo Stato nazione ha cioè sempre meno potere per regolare questi flussi e per imporre la sua autorità sull’economia. Anche i più potenti tra gli Stati nazione non possono più essere considerati come le supreme autorità sovrane non solo all’esterno, ma neppure all’interno dei propri confini (…) la tesi di fondo che sosteniamo in questo libro è che la sovranità ha assunto una forma nuova composta da una serie di organismi nazionali e sovranazionali uniti da un’unica logica di potere. Questa nuova forma di sovranità globale è ciò che chiamiamo Impero”.

Ritengo che questa analisi, benché formulata da due marxisti, e quindi pensatori lontani dal mio pensiero, sia assolutamente corretta e quindi questo è il quadro in cui gli autonomisti e indipendentisti devono muoversi, considerato che le tesi e le analisi qui sopra riportate dimostrano che purtroppo dopo quarant’anni di lotta la situazione è molto peggiore di prima. Non dobbiamo però cadere nel pessimismo e rinunciare al perseguimento di obiettivi concreti ispirati ai nostri ideali. Per capire quali possono essere gli strumenti e le forme di Stato più opportune da proporre per il primo secolo del terzo millennio e comunque è assolutamente necessario cercare di fare un’analisi corretta al fine di individuare quella che può essere la ricetta più efficace.

Tutti i dati ci dicono che l’Italia, in questi ultimi 20-25 anni, si trova in un inarrestabile declino. Allora perché restare aggrappati a un modello che ha dimostrato che non può rispondere a quelle che sono le esigenze di un mondo che è totalmente cambiato?

Le risposte possono essere tante, ma non è questo il tema che vogliamo approfondire. Piuttosto notiamo una fortissima resistenza al cambiamento: i ceti dominanti, i ceti parassitari, le aree geografiche che vanno a rimorchio, le ideologie centraliste figlie del Trattato di Vienna, tutto questo coacervo di forze impedisce un reale cambiamento che dovrebbe nascere anche per quanto riguarda l’assetto dello Stato che deve prendere corpo. Ovviamente questo scritto è rivolto a chi invece pensa di avere il coraggio, la volontà, e la forza di voler cambiare: e allora come cambiare? Una tesi è che in un mondo globalizzato bisogna essere grandi per poter vincere le sfide che quotidianamente ci si pongono davanti. Ora questo è sicuramente vero in alcuni settori: è sicuramente vero nel settore della difesa e della politica internazionale, ma sul piano economico è veramente così? Se andiamo a vedere la classifica dei Paesi con maggior reddito pro capite vediamo un’altra realtà. In testa c’è il Lussemburgo, seguono Svizzera, Macao, Norvegia, Irlanda, Islanda, Qatar, Singapore e Stati Uniti.

Tranne Gli Stati Uniti gli altri sono tutti paesi piccoli, ed è interessante notare la posizione dell’Irlanda, quinta al mondo quando qualche decennio fa era un paese povero e sull’orlo della bancarotta. Grazie ad un piano coraggioso di riforme e grazie anche a una politica, diciamo così, disinvolta dal punto di vista fiscale, è stata capace di attrarre capitali da tutto il mondo e oggi i cittadini irlandesi si godono un, occorre dirlo, meritato benessere.

A questo punto non si può non ricordare un altro libro che venne pubblicato nel 1996 da parte di un grande manager giapponese Kenichi Ohmae che intitolò la sua opera “La fine degli Stati d’azione e la crescita dell’economia regionale”, in cui preconizza e teorizza proprio ciò che oggi possiamo vedere che è accaduto. Sostanzialmente egli afferma che spesso uno Stato nazionale è troppo grande per rispondere alle esigenze spesso molto diverse delle sue realtà socio-economiche e delle varie regioni che lo compongono, e dichiara che il futuro sarà di quelle realtà regionali che sapranno essere abbastanza dinamiche, elastiche e vivaci per poter vincere la sfida della globalizzazione.

Bene, se guardiamo oggi a trent’anni di distanza la classifica degli Stati più ricchi possiamo notare che siamo di fronte a realtà che rispecchiano esattamente quanto descritto da Kenichi Ohmae. Allora, atteso che l’assetto centralista dello Stato italiano si è dimostrato totalmente incapace di reggere le sfide del mondo globalizzato, occorre valutare quale possa essere la dimensione ideale di una realtà socio-economica per vincere la partita.

Se guardiamo la classifica di cui sopra, vediamo, che la grandezza ideale degli Stati vincenti è mediamente intorno ai 10-20 milioni di abitanti con l’esclusione ovviamente degli Stati Uniti: ciò significa, che a parte la Lombardia e il Veneto, la maggior parte delle nostre regioni è troppo piccola per agire isolata e pertanto la dimensione ideale non può essere che quella della Macroregione.

Già ma come raggiungere l’obiettivo? Il percorso della Lega che è durato trent’anni in Parlamento per arrivare a una qualche forma di autonomia, di fatto non si è ancora compiuto e oggi siamo di fronte a un testo per l’autonomia differenziata che abbiamo già avuto modo di criticare pesantemente in un nostro precedente intervento. Allora, cosa ci hanno insegnato questi trent’anni di tentativi parlamentari? Che molto probabilmente una maggioranza che possa licenziare un testo che cambi veramente l’assetto dello Stato In Parlamento, stanti gli attuali equilibri politici, è impossibile da trovare. Se infatti riuniamo i rappresentanti di alcune aree geografiche che difendono ad ogni costo intervento assistenzialista dello Stato nelle Ragioni di cui sono esponenti e coloro i quali sono ideologicamente contrari ad ogni forma di autonomia o federalismo, possiamo verificare e abbiamo verificato che essi rappresentano una maggioranza trasversale, imbattibile in Parlamento. Allora, abbiamo di fronte due vie: la prima è cercare di far nascere in tutto il paese la consapevolezza che un sistema basato sulle Macroregioni è vantaggioso per tutti, e farebbe sicuramente fare al paese un balzo in avanti sul piano dell’efficienza sia privata che pubblica.

La seconda che suggeriamo può essere quella di sfruttare alcuni commi della costituzione di fatto misconosciuti.

Il comma ottavo dell’art 117 recita: “La legge regionale ratifica le intese della Regione con altre regioni per il miglior esercizio delle proprie funzioni anche con l’individuazione di organi comuni”.

Bene, tutto ciò se le cose venissero fatte secondo una precisa volontà politica e secondo precisi obiettivi, non è nient’altro che la statuizione della Macroregione. Si badi bene: queste intese esulano completamente dal parere o dal benestare del Parlamento centrale, pertanto è possibile costruire enti territoriali sovraregionali senza che il Parlamento possa, lasciatemi usare un termine poco istituzionale, mettere il becco.

Ora si tratta di stabilire quali siano le funzioni che stanno in capo alle Regioni e questo è un tema sul quale occorrerà soffermarsi con attenzione, perché è un po’ la chiave di volta del fatto che attraverso questo grimaldello costituzionale si possa costruire una Macroregione senza che lo Stato possa dire alcunché.

Una prima risposta, in attesa che sul tema si esprimano esimi costituzionalisti che sarà necessario interpellare, da modesto legislatore mi sento di darla. Diamo una definizione di Funzione: “Funzione è l’attività giuridica svolta da un soggetto nell’interesse altrui e in particolare sono funzioni amministrative le attività di cura concreta degli interessi pubblici posti in essere nell’esercizio di poteri amministrativi, che si estrinsecano in atti giuridici produttivi di effetti”.

Calando questa definizione nelle realtà regionali possiamo individuare importanti materie quali: sanità e welfare, agricoltura, ambiente, edilizia sociale, cultura, montagna, risorse energetiche, famiglia, infrastrutture, opere pubbliche, lavoro, protezione civile, sviluppo economico, territorio, trasporti e mobilità, turismo, istruzione, università e ricerca. Insomma tutta una serie di materie estremamente importanti sulle quali si potrebbero istituire enti sovraregionali che sicuramente supererebbero alcune criticità riguardanti le singole regioni: è del tutto evidente infatti che soprattutto al sud vi sono alcune singole regioni che per PIL e popolazione non sono in grado di avere quella forza finanziaria organizzativa per erogare i servizi ai cittadini di cui sopra.

Ricordiamo, ad esempio, gli oggi tanto citati LEP, livelli essenziali di prestazione: con la Macroregione e l’istituzione di accordi ai sensi del comma 8 dell’articolo 117 della Costituzione questo ostacolo potrebbe essere superato.

Ma c’è di più: il comma 9 recita: “Nelle materie di sua competenza la regione può concludere accordi con stati e intese con enti territoriali interni ad altro stato nei casi e con le forme disciplinati da legge dello Stato”. Pensiamo ad esempio al turismo, pensiamo a importantissime Regioni come la Sicilia quali accordi strategici potrebbero stipulare con Stati esteri – ad esempio gli Stati nord europei i cui cittadini sono così assetati di sole e di mare che loro non hanno, e che le nostre meravigliose Regioni del sud possono invece offrire in abbondanza. Questo è solo un piccolo esempio, ma ritengo che lavorando intorno a questi schemi si possano raggiungere risultati molto importanti che rappresentano per le nostre regioni un enorme passo avanti. Certo, in questo ultimo caso, occorre passare attraverso la forca caudina della legge dello Stato, cioè occorre passare da Roma, ma credo che difficilmente Roma avrebbe il coraggio politico di bloccare leggi di buon senso che possono far solo bene alle Regioni che le presentano. Per riassumere, possiamo indicare due vie per arrivare al macro-regionalismo: riforme costituzionali che peraltro, come la storia ci insegna, sono assai difficili da raggiungere, oppure una via che la carta costituzionale già ci dà. Qual è la sola controindicazione che io vedo in questo secondo caso? La volontà politica!

È chiaro infatti che per perseguire questa strada occorre una fortissima volontà politica delle Regioni che vogliono unirsi e quanto ciò sia difficile lo dimostra il caso del Nord. Negli ultimi 5 anni Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Provincia autonoma di Trento, Regione Friuli Venezia Giulia sono state amministrate, e ancora oggi lo sono in parte, da forze politiche che almeno a parole erano fortemente autonomiste. È stato posto in essere alcunché per perseguire questa strada?  A me non risulta. Eppure essa, allo stato dei fatti, sembra ben più producente e meno impervia del ddl Calderoli che sta portando la norma previsto dall’articolo 117, sulle autonomie differenziate su un binario morto.

L’unica possibilità per il Paese è la costituzione di una nuova cultura politica. Siccome le idee camminano sulle gambe degli uomini, tale cultura politica deve essere incarnata da una nuova classe dirigente che con ferrea volontà persegua l’obiettivo.

 

Roberto Castelli